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Pievi romaniche in Valdarno. L’interessante ricerca della giovane Sara Fresi

“La diffusione delle pievi in età altomedievale. Il controllo dei luoghi e delle genti esercitato dalla chiesa nell’area del Valdarno”. Questi i contenuti di una ricerca effettuata dalla giovane Sara Fresi. 36 anni, è residente a Civitavecchia, ma lavora a Castelfranco Piandiscò. Nel 2019 si è laureata in storia e società presso l’Università degli Studi Roma Tre. Ha deciso di occuparsi delle pievi rurali in un territorio come quello del Valdarno, ricco di edifici sacri e terra di storia.

 

“Se andiamo a cercare il significato della parola latina cristiana “pieve” sul dizionario Treccani (dal latino plēbs, plēbis, “plebe” in riferimento a “popolo”), è possibile reperire il seguente significato: “Nome con cui, nel medioevo, si indicavano le circoscrizioni ecclesiastiche minori dell’Italia settentrionale, costituite da un vasto territorio con una chiesa principale dotata di battistero e molte altre chiese succursali e cappelle, corrispondenti alle parrocchie dell’Italia meridionale, che però, in generale, non avevano succursali” – si legge nella ricerca di Sara – E’ possibile individuare tre differenti significati: una comunità di battezzati, la presenza di un edificio di culto dotato di fonte battesimale e la circoscrizione appartenente alla chiesa”.

“Nel periodo dell’evangelizzazione, avvenuto durante l’altomedievo, si diffusero in aree rurali gruppi sociali di cristiani che avevano come riferimenti le chiese battesimali che vennero chiamate parrocchie, ma nell’Italia centro-settentrionale presero il nome di pievi – prosegue Sara – Dal VII secolo si attestò la presenza delle prime pievi in Toscana e, nei tre secoli successivi, si diffusero nelle altre aree centrosettentrionali. Queste strutture facevano parte di un ramificato sistema di gestione dei territori e delle genti che abitavano nelle aree rurali. Erano sottoposte al vescovo il quale le affidava a un collegio di chierici retto da un arciprete. Esse amministravano una circoscrizione interna alla diocesi, nella quale esercitava i privilegi di chiesa matrice sulla popolazione che abitava in quel territorio, che doveva ricevere il battesimo, corrispondere le decime e le primizie e partecipare attivamente all’organizzazione di festività maggiori”.

“Gli abitanti – si legge ancora nella ricerca storica – vivevano sparsi nelle campagne e la pieve era una struttura di raccordo spesso ubicata presso importanti vie di comunicazione, sulle sponde di fiumi oppure nel fondovalle.
Un caso studio è la presenza di pievi nelle aree rurali del Valdarno. In quei territori erano diffuse tra le genti alcune religioni pagane strettamente connesse con i fenomeni naturali, tra cui l’alternanza delle stagioni oppure riti propiziatori a garanzia del buon raccolto. Lì il cristianesimo si diffuse dal VI secolo soprattutto grazie alla presenza di antiche arterie stradali di età etrusca e successivamente perfezionate in età romana dal III secolo a.C., come la via Clodia il cui tracciato corrisponde pressoché alla Strada Setteponti, oppure la via Cassia. Tali strade – conclude Sara Fresi – erano percorse da tante genti, tra cui anche missionari che evangelizzarono gli abitanti di quei territori.

Nei pressi del tracciato della Clodia, che attraversa l’area del Valdarno, sorsero numerose pievi romaniche, solo per citarne alcune: San Giustino, Gropina, Scò, Cascia o Pitiana che esercitavano il controllo sui gruppi sociali che abitavano in quelle aree”.

Riferimenti bibliografici e sitografia:

AA.VV. Storia medievale. Donzelli. Roma. 1998.

A. Castagnetti. L’organizzazione del territorio rurale nel medioevo: circoscrizioni ecclesiastiche e civili nella Langobardia e nella Romania. Patron. Bologna. 1979.

E. Curzel. L’organizzazione ecclesiastica nelle campagne. Reti medievali. Repertorio. 2010.

R. Salvarani. Pievi del Nord Italia: cristianesimo, istituzioni, territorio. Banco Popolare – Gruppo Bancario. Verona. 2009.

Treccani.it. Pieve. URL: https://www.treccani.it/vocabolario/pieve/ (ultima visita, 16.01.2024).

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