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Oggi a Fiesole l’ultimo saluto al vescovo emerito Luciano Giovannetti

Si sono svolti oggi pomeriggio in Cattedrale a Fiesole i funerali del vescovo emerito Luciano Giovannetti, morto il 29 giugno ad Arezzo. Giovannetti è stato per molti anni a capo della Diocesi di Fiesole, che comprende anche molti comuni del Valdarno. Hanno partecipato alle esequie sedici tra vescovi e abati. Tra questi l’arcivescovo di Firenze Gherardo Gambelli e l’arcivescovo di Pisa Giovanni Paolo Benotto, vicepresidente della Conferenza episcopale toscana. Un centinaio i sacerdoti e tanti i religiosi e le religiose.  Molti i rappresentanti delle istituzioni civili (tra i sindaci Cristina Scaletti di Fiesole) e delle autorità militari. Lunga e particolarmente intensa l’omelia pronunciata dal vescovo di Fiesole, monsignor Stefano Manetti.

 

 

IL TESTO DELL’OMELIA DEL VESCOVO MANETTI

“Sono proprio questi piccoli vasi che fanno la differenza. È per essi che si distinguono le vergini sagge da quelle stolte. È nelle piccole azioni che si nasconde un amore profondo. Quando una cosa ci sta a cuore lo si vede dall’attenzione ai dettagli, dalla preoccupazione nel prevenire eventuali imprevisti, dalla dedizione assoluta dimostrata per ciò che più si ama. Ciò che per la mentalità mondana può essere considerata una scrupolosità eccessiva o uno spreco di energie non necessario, per un cuore che ama è invece sintomo di un amore più grande. Nell’amore non si calcolano le energie spese, anzi ci sembra sempre di aver fatto troppo poco. Lo stolto nella Bibbia è colui che non dà importanza all’amore verso Dio e verso il prossimo (Qoelet 10,2). E infatti il premio delle vergini sagge è l’incontro con lo sposo, per cui esse “entrarono con lui alle nozze” in un tripudio di amore. Guardando al vescovo Luciano la prima immagine che si presenta per descriverlo è “artigiano della carità”: per artigiano si intende, così recita il vocabolario, chi esercita una attività per la produzione o riparazione di beni. Così lo ricordiamo, concentrato sulla Chiesa a lui affidata, continuamente occupato nel prendersene cura, con un ritmo del cuore costante nella operosità, senza intervalli grossolani e senza risparmiare energie. Non si tratta qui di ricordare le sue quattro visite pastorali, per esempio, o il sinodo diocesano, la visita di Giovanni Paolo II, il Congresso Eucaristico, oltre alla quotidiana cura pastorale, ma di rappresentarci piuttosto il suo atteggiamento, la sua postura esistenziale, il modo di essere che lo faceva proteso verso una carità concreta, fatta di piccoli atti quotidiani”.

“Iniziò il suo ministero qui a Fiesole restaurando la cattedrale e il seminario, quasi a dichiarare simbolicamente il suo programma pastorale. “L’ho sempre ammirato per il suo ministero episcopale intensamente vissuto nella diocesi di Fiesole” ebbe a dire di lui il Cardinale Silvano Piovanelli. “Ci sono note – gli scrisse papa Giovanni Paolo II in occasione del suo 25mo di episcopato – in particolare la tua sollecitudine per la formazione permanente del clero, la cura nell’incrementare l’apostolato dei laici…il rinnovamento e adattamento della catechesi”. Il vescovo Luciano stesso spiegò il motivo di questa dedizione per il suo popolo, nell’omelia in occasione dei suoi 80 anni: dalla nomina a vescovo di Fiesole, disse, “ho imparato ad amare questa bella diocesi”. Il suo ministero si può considerare una scuola di amore, di cui egli si considerava il primo alunno, diventato capace di riconoscere i carismi suscitati dallo Spirito Santo nel Popolo di Dio e di promuoverli con coraggio, specialmente quelli attinenti alla evangelizzazione e alla carità, dando piena fiducia ai giovani. Devo dire che da sabato scorso incontro continuamente volti segnati da un particolare tipo di lutto: quello della perdita del padre. Ebbene: il vostro pianto di figli è la testimonianza più bella del suo ministero episcopale”.

“Sì, il vescovo Luciano aveva uno spiccato dono della paternità, che gli ha permesso di distribuire a piene mani fiducia, protezione, consolazione, promozione umana. Sappiamo bene, cari fratelli e sorelle, quale sia l’origine di quella carità che muoveva il suo cuore: il chierichetto Luciano quella domenica del 29 giugno 1944 ha visto il suo parroco, don Alcide, non soltanto celebrare l’Eucarestia ma viverla radicalmente, diventando somigliante a Colui il cui sacrificio aveva appena ripresentato sacramentalmente sull’altare: quando dopo la comunione irruppero in chiesa tre soldati con i fucili spianati, don Alcide andò loro incontro dichiarandosi l’unico colpevole dell’uccisione dei due tedeschi per i quali avrebbero dovuto pagare con la vita 100 innocenti, 50 per ogni soldato morto. Il bambino Luciano sentì dire dal suo parroco mentre la sua mamma lo stava portando via, in sacrestia, per scappare: “prendete me, uccidete soltanto me, perché sono l’unico colpevole, li ho uccisi io soltanto”.

“È questa l’ultima immagine che egli ricordava del suo parroco e si impresse indelebilmente in lui per sempre. Può trovarsi qui la causa del suo noto zelo liturgico col quale tutti i cerimonieri si sono dovuti misurare non senza, talvolta, un po’ di tremarella. La cura della Liturgia è stato senza dubbio un suo carisma rilevante. Nel giorno del suo ingresso nella diocesi di Fiesole, disse nell’omelia: “inizio il ministero in mezzo a voi con la celebrazione dell’Eucaristia. L’Eucaristia è il segno dell’unità, in essa noi affermiamo di essere una sola cosa. Ecco il nostro sforzo: lavorare insieme, camminare insieme, impegnarsi per formare una Chiesa unita che sia il segno della presenza del Signore». “Il Signore strapperà il velo che copriva la faccia di tutti i popoli” così ci ha detto il profeta Isaia. Insieme all’Eucarestia il vescovo Luciano ebbe molto a cuore la pace. Portare a conoscenza le sofferenze dei popoli che sono nella guerra, trovare il modo di intervenire per alleviare queste sofferenze e promuovere il riscatto dei giovani dalle condizioni di sottosviluppo da essa causate, per edificare una convivenza degna della persona umana, sono gli intenti che hanno mosso il vescovo Luciano a creare la Fondazione Giovanni Paolo II”.

“Così hanno preso vita l’amicizia con la Terra Santa e il fiorire di rapporti di collaborazione, come anche i numerosi viaggi intrapresi soprattutto nel Medio Oriente, nelle zone martoriate dalla guerra. I Vescovi toscani che lo hanno avuto segretario della Conferenza Episcopale Toscana, testimoniano del suo amore per la Chiesa e del suo impegno pastorale e per la pace. Amore compreso dalla Chiesa fiesolana e, posso testimoniarlo, profondamente ricambiato. Il Popolo di Dio che è in Fiesole ti è riconoscente, caro vescovo Luciano, ed è grato al Signore per il dono che sei stato in mezzo ad esso. Ora lo Sposo che hai servito tutta la vita è per te arrivato, ti ha accolto nella sua casa e ha chiuso la porta alle tue palle, perché a noi non è dato per ora vedere la luce di Dio risplendere sul tuo volto. Al proposito ho una immagine viva nella mia mente, riemersa appena fui nominato tuo successore nel servizio episcopale. Quando ero un giovane seminarista mi fu chiesto di fare l’autista al card. Benelli per tutto il giorno di una domenica”.

“Era il 6 settembre 1981 ed avevo 22 anni. Il cardinale doveva presenziare la celebrazione dell’ingresso del nuovo vescovo di Fiesole. Ricordo quando imboccammo la salita di San Domenico e ci dovemmo fermare a causa della coda di auto che arrivava fino a Piazza Mino. Vedendo l’impazienza del cardinale che era già un po’ in ritardo dovemmo un po’ accelerare e arrivammo giusto in tempo per vedere un giovane vescovo sorridente scendere dalle scale dell’episcopio per recarsi in cattedrale fra un tripudio di applausi e di voci dei fedeli. : ecco, sono stato involontariamente testimone del momento in cui è nato quel rapporto di amore fra te e il popolo fiesolano nella luce di Cristo, che ha illuminato per 30 anni il tuo ministero. Lo ritengo una eredità da raccogliere e da continuare con la tua stessa fedeltà”.

 

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