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La Nazionale è ciò che facciamo ogni giorno!

Il compianto Edmondo “Mondino” Fabbri, da me conosciuto (e abbastanza…riverito), pagò l’eliminazione della sua nazionale ad opera della Corea del Nord con un linciaggio morale senza precedenti: il goal del “dentista” con gli occhi a mandorla lo accompagnò fino alla fine dei suoi giorni terreni. E lo stesso Valcareggi quattro anni dopo venne accolto con fischi ed improperi al ritorno dal Messico, nonostante il secondo posto alle spalle di un Brasile “stellare”. Dino Zoff, anni più tardi, fu praticamente “licenziato” dopo un europeo perso per un niente dall’allora presidente del consiglio in carica. E l’esperienza di Ct azzurro è stata “fatale” per Roberto Donadoni, Cesare Prandelli ed il povero Giampiero Ventura, reo di chissà quale turpe reato.

 

 

Un atteggiamento poi mutato nel corso degli ultimi anni con Mancini, ignominosamente fuori dal mondiale con la Macedonia e forse adesso anche con Luciano Spalletti, non l unico colpevole della nefasta spedizione in Germania ma di certo “presuntuoso” come lo siamo in gran parte noi…toscani (ammettiamolo). L’atteggiamento “diverso” verso la nazionale è dovuto in parte allo storico disinteresse dei tifosi verso la maglia azzurra, del resto confermato dalle minori presenze sugli spalti tedeschi rispetto a quelle delle altre rappresentative. Dalle nostre parti, non fatichiamo ad ammetterlo, conta molto di più un successo della Fiorentina, dell’Inter, del Milan o della Juve anche se ottenuto senza incantare o con giocatori stranieri non propriamente indimenticabili.

Vogliamo poi parlare dei settori giovanili di casa nostra, sviliti in molti casi alla stregua di bancomat per le prime squadre, con familiari travestiti da dirigenti, un piatto dove si fiondano i procuratori di turno nonostante la giovane età ed un futuro tutt’altro che scontato come calciatori. La cultura sportiva media dell’italiano è per tutto questo e non solo decisamente bassa: si segue il momento e l’onda emotiva. Tutti sciatori se c’è Tomba, tennisti con Sinner, appassionati di bici con Pantani e via discorrendo. Ondivaghi, entusiasti, ma poi restii a condividere i momenti più significativi dello sport (la straordinaria partenza fiorentina del Tour ha visto si gente, ma nulla a che vedere in confronto con le Grand depart di Londra, Amsterdam o altrove per esempio).

Lo spirito sportivo che si è perso, insomma, fagocitato da altre cose (ma quali?). Ed un calcio che non è piu la stessa cosa di prima con l’ffannosa ricerca dei dirigenti a fare cassa continua, a costo di mortificarne l’essenza stessa. Anche all’estero il denaro corre a fiumi, ma non si è persa la componente ludica e sportiva. Steve Gerrard, leggenda del calcio inglese e del Liverpool, prima di ogni allenamento dei “reds” era solito fermarsi al pub, bere una birra e scambiare due parole con i tifosi. Da noi assistere ad un allenamento di una squadra è un esercizio impossibile: Appiano, Milanello, il Viola Park e tutti i centri di allenamento sembrano fortini blindati, così come il campo della nazionale italiana agli europei (cosa ci sia da nascondere poi, visti i risultati, pare francamente discutibile).

Un tempo facevamo la fila a tre per vedere allenarsi ai campini del campo di marte Antognoni e company e non era raro vedere e sentire Mazzone o altri allenatori interloquire col pubblico oltre la rete di recinzione . A Torino ricordo Causio, Bettega,  Zoff attraversare la strada per andare al campo Marchi ad allenarsi già in tenuta da gioco e, dietro, l immancabile processione laica di tifosi. Al vecchio Filadelfia era un gradito obbligo per Graziani, Sala e Pulici stare a parlare con i tifosi …per alcuni minuti. Altri tempi? E perché? In fondo il tempo non passa, ma lo fa solo per noi ed è la misura esclusiva del nostro vivere e di come vogliamo e scegliamo di farlo…Su questo bisogna intenderci una volta per tutte…

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