È stata ufficialmente costituita la Libera Associazione Disabili Imprenditori, una nuova realtà nata a Montevarchi ma pensata per operare su scala nazionale. L’obiettivo è ambizioso: promuovere inclusione lavorativa, autoimprenditorialità e opportunità professionali per le persone con disabilità, superando gli approcci assistenzialistici. Il presidente è Alessandro Cataldo, montevarchino, affetto da disabilità. E’ un imprenditore nel campo del marketing e dello startup. Ha solo 23 anni e oggi, in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, abbiamo deciso di raccontare la sua storia.
Come ti è venuta l’idea di diventare imprenditore e che percorsi di studi hai fatto?
“Vengo dal mondo della cucina, un settore che lascia poco spazio alla libertà e alla crescita personale. Non mi sentivo valorizzato e ogni mattina facevo fatica a trovare un motivo per alzarmi con entusiasmo. Avevo però un desiderio profondo, creare qualcosa di mio, generare valore reale, costruire un percorso senza che qualcun altro decidesse limiti e regole al posto mio. Dopo due anni dietro ai fornelli ho lasciato tutto e sono tornato a studiare. Ho scelto un ITS, Istituto Tecnico Superiore nell’ambito del Food Marketing, lì ho trovato una nuova direzione e ho incontrato Davide con cui poi avrei costruito molti progetti. Il primo vero ingresso nel mondo dell’innovazione è stato in una startup, dove facevo di tutto, dal sito alle strategie. Poco prima della scadenza del contratto ho chiesto al mio datore di allora: “Perché avete scelto proprio me?”. La risposta è stata glaciale: “Ti abbiamo preso perché sei disabile e volevamo capire cosa significasse avere uno come te in azienda. Quella frase ha segnato la mia vita. Non perché mi ricordava che sono una persona con disabilità, questo lo so bene, ma perché capii di non essere stato scelto per ciò che sapevo fare. Da lì ho deciso di cambiare strada: prima di diplomarmi nel percorso ITS ho aperto la Partita IVA e iniziato a lavorare in autonomia nel mondo dell’innovazione, portandomi dentro un conto aperto: riscattarmi e trasformare quella ferita in forza”.
La tua disabilità come ha influenzato le tue scelte professionali?
“La mia disabilità è una compagna di viaggio vera, nel bene e nel male. All’inizio pensavo che metterla da parte fosse il modo migliore per farmi strada. Poi ho capito che stavo sbagliando tutto. Ogni giorno ai team con cui lavoro ripeto: “Trovate ciò che vi rende davvero unici”, e allora ho deciso di farlo anch’io. La mia disabilità è parte della mia identità, è una lente diversa attraverso cui guardo il mondo e che mi permette di trovare soluzioni fuori dagli schemi. Valorizzarla è stato un punto di svolta”.
C’è stato un momento in cui hai pensato: “Non ce la farò mai”?
“Sì, e credo sia umano. Fare impresa significa confrontarsi costantemente con pressione, velocità, aspettative e, spesso, con il rischio di perdersi di vista. Lo vedo in tanti professionisti, burnout, stanchezza, momenti di scoraggiamento. Quando succede il mio antidoto è sempre lo stesso, parlare con altre persone, condividere cosa sto facendo, riascoltare l’impatto reale del mio lavoro. Il confronto mi rimette a fuoco e mi restituisce energia”.
In cosa consiste la tua attività?
“È sempre difficile sintetizzare il mio lavoro perché indosso tanti cappelli. Da una parte accompagno team e progetti a diventare startup, posizionamento, fundraising, eventi, percorsi di venture building. Dall’altra affianco le PMI nel valorizzarsi attraverso strategie di marketing costruite su misura per crescere in modo sostenibile. Il filo rosso è sempre lo stesso, aiuto persone e imprese a trasformare un’idea in un percorso concreto”.
Cosa vorresti dire alle persone con disabilità che vogliono diventare imprenditori?
“Direi quello che ho detto a me stesso tre anni fa, “Fallo”. Il fatto di essere disabili non è una scusa per non provarci. La società ci ha abituati a pensare che, per come siamo fatti, possiamo ambire a meno degli altri normali. Io non lo accetto. Essere disabili significa avere un punto di vista unico, vedere il mondo da un’altra angolazione e quindi risolvere problemi in modo nuovo. È una forza, non un limite”.
Perché avete deciso di far nascere LADI?
“LADI nasce dalla mia storia, ma non parla soltanto di me. Parla di tante persone che oggi si trovano chiuse fuori dal mondo del lavoro, costrette a vivere situazioni ingiuste, non perché manchi loro talento, ma perché mancano ascolto, strumenti, opportunità. In Italia ci sono più di 10 milioni di persone con disabilità, molte di queste potrebbero spostare montagne se solo qualcuno desse loro spazio. Noi siamo qui per questo, per raccontare storie di riscatto, offrire formazione, creare comunità e rimuovere barriere. Perché una cosa deve essere chiara, disabile non vuol dire incapace, vuol dire unico”.
![]()
